Quando si parla di apicoltura dal punto di vista storico, così come accade anche in tantissimi altri aspetti e argomenti, non è possibile ignorare la parte dedicata alla storia dell’apicoltura negli Stati Uniti.

Volenti o nolenti, gli Stati Uniti hanno giocato un ruolo importantissimo nello sviluppo della nostra attività e, per comprendere a fondo lo stato dell’apicoltura odierna è necessario guardare alle sue origini anche in America.

Si potrebbe pensare che l’apicoltura nel Nuovo Continente preceda l’arrivo di Cristoforo Colombo nel 1492, che i Nativi Americani fossero provetti apicoltori o quantomeno cacciatori di miele, e che lo status quo sia stato stravolto dall’arrivo del cosiddetto “uomo bianco”… Ma non è affatto così.

L’ape mellifera, di qualsiasi sottospecie si tratti, non è assolutamente nativa del continente americano.

 

UN PAESE DOVE SCORRE LATTE E MIELE

La nostra cara ape è infatti arrivata in America più di cento anni dopo la sua scoperta: il primo documento scritto certifica che le api fossero presenti e che “prosperassero” nell’isola di Saint George, nelle Bermuda, già nel 1617.

Probabilmente erano arrivate in questo arcipelago perché nel 1609 la nave Sea Venture aveva naufragato proprio sulle coste della Saint George: questa nave, oltre a segnare l’inizio della storia dell’apicoltura americana, è anche celebre per aver probabilmente ispirato Shakespeare nella scrittura de “La Tempesta”!

Dal 1609 in poi furono molti i viaggi intercontinentali tra Inghilterra, Francia, Germania, Olanda e così via, che portarono nella “terra dei liberi e patria dei coraggiosi” persone, merci ed animali, tra cui anche le api mellifere.

L’America del diciassettesimo secolo non era un continente facile: i coloni europei che approdavano sulle coste della Virginia e del Massachussets dovevano lavorare duramente per trasformare quel territorio selvaggio e freddo nella loro nuova casa.

Come forse già saprete i nuovi americani erano per la maggior parte persone che decidevano di lasciare l’Europa a causa di motivi principalmente religiosi. I celebri Padri Pellegrini arrivati a bordo della Mayflower erano puritani calvinisti, ossia facevano parte di un movimento secessionista della Chiesa di Inghilterra.

Assieme a loro emigrarono in America tante altre donne e uomini perseguitati per la loro religione: gli Ugonotti dalla Francia, i Moraviani dalla Boemia (oggi Repubblica Ceca), i Quaccheri dall’Inghilterra, i Luterani dalla Germania e così via.

La loro speranza era trovare “un paese dove scorre latte e miele” (Numeri 14:8) e poter prosperare sia a livello spirituale ma anche economico, cosa che non era loro permessa nella madre patria.

 

 

LE API “PELLEGRINE”

Anche l’ape mellifera trovò un nuovo mondo da colonizzare, fatto di nuove piante nettarifere, foreste dalla grandissima estensione e tanta altra natura per loro accogliente.

Ma come ha fatto l’ape ad attraversare l’Atlantico? Ovviamente assieme ai coloni, in nave! Le api venivano caricate sulle imbarcazioni assieme alle loro arnie, principalmente bugni villici. Sembra che questi venissero fissati ad una piattaforma in legno, generalmente posizionata sulla poppa della nave in modo da disturbare il meno possibile gli altri viaggiatori.

Le arnie villiche avevano il vantaggio di mantenere l’ambiente fresco durante l’estate e caldo durante l’inverno. In più erano molto leggeri da trasportare, il che rendeva il loro utilizzo ancora più adatto per il viaggio transatlantico.

Il viaggio durava dalle sei alle otto settimane e, come potrete immaginare, non era improbabile che parte del carico non sopravvivesse.

Mentre gli esseri umani potevano morire di scorbuto o a causa di epidemie virali, le api perivano per mancanza di cibo. Potevano sopravvivere soltanto grazie alle scorte di miele e polline immagazzinati all’interno delle loro arnie.

Ad ogni modo parte del carico arrivava sano e salvo. Le api iniziarono così a diffondersi per tutto il territorio americano: seguivano infatti i coloni, che le portavano con sé all’interno di queste arnie villiche.

Una volta posizionate all’interno dei villaggi e delle fattorie, le api riprendevano il loro ciclo vitale e, grazie alla sciamatura, iniziarono addirittura a precedere gli stessi pellegrini nella conquista dell’America dell’ovest.

Dopo loro arrivo nel primo decennio del 1600 l’ape mellifera raggiunse la costa ovest per la prima volta nel 1853, quando il signor Christopher A. Shelton acquistò dodici arnie da un newyorkese per la sua fattoria Rancho Potrero de Santa Clara.

 

IL SIMBOLISMO DELL’APE E DELL’ALVEARE

L’ape, la sua struttura sociale e l’arnia diventano dei simboli potentissimi per sollevare gli animi dei primi coloni.

Jamestown, la prima colonia fondata sulle coste della Virginia nel 1607 dagli inglesi, era formata da soli uomini: la lontananza dalla propria casa natìa e la durezza della nuova vita americana aveva un grosso peso sulla loro salute mentale.

Al tempo la depressione non “esisteva” e questi uomini venivano accusati di essere dei “fuchi indolenti” (idle drones). La pigrizia era un’attitudine socialmente inaccettabile ed essere etichettati in tal modo era molto grave.

Più avanti, durante il periodo della Rivoluzione Americana, furono gli esattori delle tasse mandati dal Re Giorgio III ad essere chiamati fuchi perché, proprio come fa l’esemplare maschio (più o meno), vivevano succhiando la vita (i soldi) agli onesti lavoratori americani.

Allo stesso tempo esistevano anche metafore positive: la sciamatura dell’ape veniva comparata ai coloni che si scindevano dai primi insediamenti e viaggiavano verso l’ovest per fondare nuovi villaggi.

Gli stessi bugni villici iniziarono a comparire su monete e su altri documenti legali, in quanto simboleggiavano operosità ma anche parsimonia, due valori che spesso si riflettevano anche nei principi religiosi dei primi coloni e degli americani pre e post-rivoluzione.

 

DAI RUDIMENTI A LANGSTROTH

Prima della rivoluzione di Langstroth, l’apicoltura americana era molto rudimentale. Le arnie usate erano principalmente i bugni villici, ma talvolta si ricorreva anche al legno.

In questo caso l’arnia aveva un nome particolare: bee gum. Tra gli alberi preferiti dalle api per la creazione di nidi naturali a seguito della sciamatura c’era quello della Nyssa sylvatica o Tupelo Nero, chiamato anche black gum tree. Spesso infatti si ricorreva alla sezionatura di questi alberi per ricavarne un’arnia rudimentale ed è così che è nato il nome bee gum.

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In aggiunta gli emigrati germanici, svedesi e dell’Est Europa portarono con loro lunghissima tradizione di cacciatori di miele: in questa parte del nostro continente era molto comune praticare apicoltura senza asportare la famiglia dal nido che si era creata all’interno della cavità dell’albero. Quindi l’apicoltore, o meglio il cacciatore di miele, si arrampicava sui suoi alberi, contraddistinti da quelli altrui con simboli e scritte di varia natura, per raccogliere il prodotto annuale delle sue api.

In America trovarono terreno fertile perché le foreste non erano soggette ad alcuna legge, proprietà signorile o altro, e diventarono quasi delle figure mitologiche. Le testimonianze dell’epoca li dipingevano spesso come individui che vivevano al confine della civiltà, con un piede tra il mondo degli uomini ed uno nel verde della foresta, sempre sull’attenti per scovare i nidi d’ape nel minor tempo possibile, alla ricerca dell’oro liquido e della cera che avrebbero poi venduto ai propri clienti.

 

LA RIVOLUZIONE

1851, anno in cui venne alla luce la rivoluzionaria arnia Langstroth. Perché è così speciale? Perché fu il Reverendo Lorenzo Langstroth ad inventare l’arnia con i telaini mobili che utilizziamo adesso e a definire il cosiddetto “spazio d’ape”.

L’affermazione non è corretta al 100%, perché già da tempo in Europa altri apicoltori e studiosi delle api avevano progettato arnie con favi mobili. Basti pensare a Francois Huber e alla sua arnia a libro, di cui Luca ha parlato approfonditamente in questo articolo.

L’unica cosa che differenzia Langstroth da tutti gli altri fu il deposito del brevetto: legalmente è quindi lui il padre dell’arnia razionale!

L’utilizzo dell’arnia a telaini mobili fu un salto epocale per l’apicoltura americana, in quanto permetteva di ispezionare le famiglie molto più facilmente e diagnosticare per tempo malattie e problematiche.

La tarma della cera e la peste americana erano al tempo le cause principali della morte delle api nel Nuovo Continente, in quanto le vecchie arnie villiche ed i bee gum non permettevano di controllare approfonditamente lo stato di salute della famiglia di api.

Un’altra rivoluzione innescata da quest’uomo fu anche l’importazione in America dell’ape mellifera italiana, vale a dire la ligustica. Fino a quel momento infatti si lavorava principalmente con l’ape germanica, cioè la sottospecie mellifera mellifera.

La ligustica era più prolifica e gentile della germanica e, dopo la fine della Guerra Civile, iniziarono le prime spedizioni di api italiane dirette in Texas, Ohio e California.

 

NATIVI AMERICANI: ANCHE LORO APICOLTORI?

Purtroppo i documenti che accertano il coinvolgimento di Nativi Americani nelle prime attività apistiche americane sono scarsi e poco chiari.

Prima dell’arrivo dell’ape mellifera, i Nativi americani avevano avuto contatti soltanto con le specie native di api solitarie ed eusociali. Non avevano perciò parole per “ape”, quindi spesso si legge che si riferissero all’insetto come “la mosca dell’uomo bianco” (white man’s fly).

In realtà sembra che fu il missionario puritano John Eliot a formulare questo concetto: durante la sua opera di evangelizzazione si impegnò nel tradurre la Bibbia e scrivere un dizionario nella lingua degli Algonquin del Massachussets. Non trovando alcun termine per definire le api ed il miele, utilizzò questo escamotage che divenne così popolare da far sì che la leggenda della mosca dell’uomo bianco arrivasse fino ai giorni nostri.

Più che diventare veri e propri apicoltori, sembra che i Nativi Americani preferissero cacciare le api, per rivenderne o barattare i prodotti all’uomo bianco ed entrare così all’interno della rete commerciale e poter garantire la sopravvivenza della propria tribù.

 

LA GUERRA CIVILE (1861-1865) : LA TERRA DOVE SCORRONO LATTE E MIELE

Come forse già saprete tra le basi politiche che fecero scoppiare la Guerra Civile americana ci fu il tentativo di abolire la schiavitù. Furono milioni gli schiavi deportati dall’Africa e probabilmente molti di loro avevano avuto contatti anche molto stretti con le api mellifere africane (principalmente Apis Mellifera Scutellata).

In alcune parti dell’Africa non era nata una vera e propria forma di apicoltura, in quanto si trattava principalmente di attività di raccolta di miele a seguito della predazione dei nidi delle api. Ad ogni modo è plausibile credere che gli schiavi lavorassero anche con le api all’interno delle piantagioni, anche se non sembra esserci una prova tangibile.

Quello che è ben certo è che molti schiavi vennero impiegati nella coltivazione della canna da zucchero: un lavoro disumano che li occupava dalle diciotto alle venti ore al giorno, perché la materia prima andava a male molto presto durante la lavorazione.

In questo senso è facile affermare che lo zucchero di canna fosse una merce “politica”: molti schiavi persero la vita nelle piantagioni e, attraverso le opere di conversione al cristianesimo, iniziarono ad identificarsi con le storie degli Israeliti e della loro ricerca di Canaan, la terra dove scorrono latte e miele.

Il miele e le api diventarono così simboli di libertà e speranza anche per gli schiavi afroamericani, e li incorporarono nelle loro canzoni.

Quattro generazioni di schiavi in una foto scattata durante la guerra di secessione americana, Beaufort, nella Carolina del Sud, 1862. Di Timothy O’Sullivan, Pubblico dominio.

 

L’ETA’ D’ORO DELL’APICOLTURA: DAL 1865 IN POI

Per gli apicoltori del tempo la Guerra Civile era problematica anche per i furti delle arnie villiche: talvolta i soldati di entrambi le parti, affamati e in pessime condizioni di salute generale, rubavano le arnie nella speranza di potersi cibare di miele.

Fu anche un periodo molto fortunato per altri: Moses Quinby, apicoltore di New York, approfittò della scarsità di approvvigionamenti di canna da zucchero per piazzare il suo miele sul mercato ed espandersi. Divenne così il più grande apicoltore americano del tempo, possessore di ben milleduecento arnie, e a lui si deve l’invenzione dell’affumicatore a soffietto sebbene il brevetto di un modello più funzionale fu depositato in seguito da un altro apicoltore americano (T.F. Bingham – 1877).

Nacquero una miriade di pubblicazioni periodiche dedicate all’apicoltura, tra cui i celebri American Bee Journal (1861) fondato da Samuel Wagner e Gleenings on Bee Culture  (1897) fondato da A.I. Root, ad oggi chiamato semplicemente Bee Culture.

 

Fu in questo periodo che la nuova attrezzatura progettata da Langstroth e tutte le altre grandi invenzioni del periodo, importate dall’Europa grazie allo scambio di lettere tra gli apicoltori dei due mondi, si diffusero in America.

Voglio chiamarla età dell’oro perché tanti padri e madri dell’apicoltura moderna vissero proprio in questo periodo. Oltre ai già citati, includo anche:

  • Charles Dadant: inventore dell’arnia Dadant, tra le più usate in Italia; grande commerciante di materiale apistico e di regine italiane.
  • Charles Henry Turner: fu il primo a suggerire che le api potessero vedere colori ed anche discriminarli tra loro. Fu anche il primo afroamericano a conseguire una laurea ed un dottorato.
  • Ellen Smith Tupper: esperta apicoltrice e scrittrice di articoli per l’American Bee Journal ed altre riviste di settore.

 

IL NOVECENTO

La prima parte del Novecento è il periodo in cui si pongono definitivamente le fondamenta di quello che è l’apicoltura americana contemporanea.

Durante le due Guerre Mondiali, a causa dell’interruzione dei commerci internazionali, la scarsità dello zucchero di canna portò (così come accadde durante la Guerra Civile) al boom economico dell’apicoltura.

Il miele andava naturalmente a sostituire il principale e più economico dolcificante e questo portò ad un aumento del prezzo del miele, con la conseguente espansione del settore ed esportazione del prodotto anche in Europa.

Ovviamente alla fine di entrambi i conflitti ci fu la totale contrazione del mercato, in quanto lo zucchero tornò a riprendere il posto che aveva perso sulle tavole degli americani e degli europei.

Anche la cera d’api ebbe modo di essere impiegata massicciamente durante le due guerre: veniva usata per impermeabilizzare i tessuti ed anche per la fusione dei proiettili.

Ad ogni modo, vorrei sottolineare tre processi principali e tra loro connessi che sono avvenuti durante il secolo precedente.

  1. L’espansione della rete dei trasporti: che fossero via ferrovia, strada o acqua, le vie di comunicazione facilitarono moltissimo il trasporto delle arnie verso le varie parti del Paese. Dalla fine del 1800 in poi gli apicoltori iniziarono anche a praticare nomadismo, alla ricerca della fioritura speciale che poteva far aumentare il quantitativo ed il valore economico del proprio miele.
  2. L’industrializzazione dell’agricoltura: il miglioramento della tecnologia impiegata nel settore, unito allo sviluppo di prodotti chimici che potevano controllare meglio le malattie ed i parassiti nonché aumentare la fertilità del terreno, portarono congiuntamente allo sviluppo del settore primario.
  3. La realizzazione dell’importanza degli impollinatori per l’agricoltura: durante la prima parte del 1900  il lavoro degli scienziati portò ad una maggiore chiarezza sull’importanza dell’impollinazione delle colture da parte di api mellifere, notizia a cui venne prontamente dato eco da parte delle varie riviste di apicoltura.

 

THE AMERICAN WAY OF BEEKEEPING

Come forse avrete già capito, l’interazione di questi tre processi ha messo le basi per uno sviluppo apistico che è ben diverso da quello che conosciamo in Italia.

Mi spiego meglio: nella maggior parte dei casi, nel nostro Paese quando si decide di praticare apicoltura lo si fa per uno scopo preciso, vale a dire produrre e vendere i prodotti dell’alveare, in particolare il miele.

Negli Stati Uniti la storia è ben diversa e voglio riassumervela brevemente.

La conversione di miliardi di ettari in terreni destinati a monocolture era la strada necessaria per sfamare una popolazione in costante crescita, soprattutto dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Una monocoltura è sempre accompagnata dall’uso di pesticidi e fertilizzanti, che causano un impoverimento della fauna di impollinatori locali.

L’agricoltura aveva però bisogno di impollinazione e l’apicoltura prontamente rispose. La rete stradale consentiva di raggiungere ormai qualsiasi angolo del Paese e, una volta che le arnie venivano caricate sul camion, l’apicoltore (ma anche tantissime apicoltrici) poteva aiutare il settore agricolo a portare il cibo sulla tavola degli americani.

Allo stesso tempo potevano anche produrre del buon miele, perché molte di queste coltivazioni lo consentivano: gli agrumi negli Stati del sud (Florida in primis), i girasoli in South Dakota, l’erba medica in Montana e così via.

Sembrava una relazione vincente per entrambi: gli agricoltori producevano ortaggi e frutta, gli apicoltori producevano miele e ricevevano anche una piccola somma in denaro per il servizio.

Nei casi in cui invece la coltura da impollinare non era nettarifera, l’apicoltore chiedeva un prezzo più alto per effettuare il servizio, in quanto durante quel periodo non avrebbe prodotto miele ed avrebbe quindi subìto una perdita.

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Anche in questo caso la relazione tra i due mondi sembra perfetta, non vi pare?

La storia ci sta insegnando tutt’altro. Dopo l’arrivo della varroa e del miele molto economico dall’Asia, l’apicoltura negli Stati Uniti ha dovuto subito una trasformazione totale.

Il prodotto di punta del settore, il miele, non produceva più il profitto di una volta. Era il momento di trovare una soluzione e la risposta sembrava già essere sul tavolo della discussione.

Ve ne parlerò nei prossimi articoli!

 

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A presto!

 

Silvia


FONTI:

Tammy Horn – Bees in America

Jennie Durant – Bitter Honey: A political ecology of honey bee declines in California

Eva Crane – The world history of beekeeping and honey hunting

Honey Bees in Early America: White Man’s Flies – Fact and Fiction

Ron Brown – Great Masters of Beekeeping

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