Anche quest’anno siamo arrivati alla giornata mondiale delle api.

Sin dalla sua istituzione nel 2017 l’impatto di questo evento a livello mediatico è stato sempre crescente, spesso però mi è parso che il vero e proprio scopo di questa giornata restasse sconosciuto alla maggior parte delle persone.

Fra gli obiettivi di questa iniziativa si parla infatti sia della tutela delle api mellifere, sia di tutte le altre creature in grado di impollinare come ad esempio:

  • Altri imenotteri apoidei
  • Lepidotteri (farfalle)
  • Ditteri (mosche)
  • Coleotteri
  • Pipistrelli
  • Uccelli
  • Rettili 

Le api mellifere ricoprono un ruolo di grande importanza economica per tutto il settore agroalimentare. Ciò avviene perché le api mellifere rispetto agli altri impollinatori sono relativamente più semplici da gestire e da riprodurre. Tuttavia limitarci a pensare soltanto a loro è un’ingeniutà se vogliamo veramente tutelare tutti gli impollinatori.

Parlerò quindi anche degli altri impollinatori e delle incongruenze che inevitabilmente emergono quando nelle varie campagne di sensibilizzazione si spinge troppo sul marketing e troppo poco sulla sostanza.

Vedremo come campagne semplici ed accattivanti che presentano slogan come “salviamo le api” e adozioni di vario genere spesso possano essere un’arma a doppio taglio.

Nel cercare di orientarsi in questa giungla, il rischio concreto è che anziché aiutare le api si finisca con l’aiutare soltanto le aziende che decidono di cavalcare questo trend e di lucrarci sopra.

 

GLI ALTRI IMPOLLINATORI

In Italia sono presenti oltre 1.000 specie diverse di apoidei, dei quali molto spesso si conosce poco o nulla.

Ciò nonostante, il lavoro silenzioso e gratuito di questi insetti ci permette di poter godere di vari benefit: dalla conservazione della biodiversità vegetale alla possibilità di avere a disposizione un’ampia varietà di cibi dei quali dovremmo altrimenti fare a meno.

La sorprendente diversità di queste specie selvatiche nel nostro paese dovrebbe essere per noi un vanto e responsabilizzarci verso la loro salvaguardia e tutela. Spesso evolvono, anzi per meglio dire si sono coevolute di pari passo con le piante che impollinano: per avere impollinatori serve varietà vegetale e per avere varietà vegetale servono impollinatori.

Ma per alcune piante non bastano impollinatori qualsiasi: esistono specie “di bocca buona” (polilettiche) come la nostra ape mellifera che bottina su una grandissima varietà di piante. Nel mezzo ci stanno tutte quelle specie di apoidei (dette oligolettiche) che si possono nutrire solo su un limitato numero di specie di piante, ed infine esistono altre specie di apoidei talmente specializzate da essere in grado di nutrirsi solo su un tipo specifico di pianta (specie monolettiche). Queste ultime per ovvi motivi sono quelle più a rischio, e se dovessero sparire rischieremmo di perdere una specie animale ed una vegetale in un colpo solo.

Xylocopa violacea pollination on passion flowers Annalisa Giovannini DSCN2569.jpg
Xylocopa violacea su Passiflora By AnnalisaGiovannini – Own work, CC BY 4.0, Link

Gli apoidei selvatici inoltre sono generalmente molto più delicati della nostra ape mellifera, per vari motivi legati alla loro biologia; ad esempio il loro raggio di volo è generalmente molto più ristretto (alcune specie si possono allontanare soltanto poche centinaia di metri dal nido). Di conseguenza la perdita di habitat e delle fonti di cibo rappresenta un vero e proprio disastro per queste specie.

Ci sarebbe però un modo intelligente per aiutare in un colpo solo sia gli impollinatori, sia le specie vegetali che la nostra stessa specie. Prima di tutto dobbiamo però imparare a distinguere i claim fuorvianti (quelli a cui spesso ci si appoggia per alleviare il peso sulla coscienza, mettendo mano al portafogli una tantum) da quelli reali e che sono invece in grado di produrre risultati tangibili.

 

CLAIM FUORVIANTI E GREENWASHING

In un recente articolo a cura di Ron Miksha (apicoltore, scienziato ed autore canadese) “Keeping Honey bees for the wrong reasons” ovvero “Allevare api mellifere per le ragioni sbagliate” l’autore mette in evidenza quanto marketing ci sia dietro al trend del “salviamo le api“.

Questa causa (nei suoi propositi più che nobile, senza dubbio) è stata portata all’attenzione dell’opinione pubblica da numerose testate giornalistiche nazionali ed internazionali, programmi tv, e chi più ne ha più ne metta.

Nei programmi tv spesso le tempistiche non permettono di accennare alla complessità della situazione globale e si finisce per parlare in maniera estremamente superficiale soltanto delle api mellifere.

Non essendo io vincolato ai tempi televisivi, cercherò di affrontare il problema presentando varie prospettive e punti di vista sull’argomento.

Come sempre per controllare ed approfondire troverete tutte le fonti alla fine dell’articolo.

Partiamo con una provocazione: e se vi dicessi che a volte chi crede di salvare le api non solo non lo sta facendo ma probabilmente le sta anche danneggiando?

adotta un alveare

Vediamo di fare un po’ di chiarezza in merito, o se non altro di fornire qualche spunto di riflessione in più per coloro che vogliono veramente aiutare le api.

DALLA CCD AL BEE-WASHING

Nel 2007 alcuni grandi apicoltori nomadi americani iniziarono a subire gravi perdite di alveari (dal 30 al 90%) per cause che ad oggi non siamo ancora riusciti a comprendere pienamente. Tale fenomeno chiamato CCD, Colony Collapse Disorder o Sindrome da spopolamento degli alveari, è una malattia i cui sintomi sono molto inusuali e dei quali non parlerò nel dettaglio. Basti sapere che determina la scomparsa delle api ed un abbandono totale del nido.

Il CCD puntò i riflettori a livello mediatico sul settore apistico. In America gli apicoltori registravano perdite fino a 1 milione di alveari all’anno. Come termine di paragone, possiamo semplicemente pensare al fatto che in tutta Italia in totale ci sono circa 1 milione e 600 mila alveari.

La gravità della situazione fece emergere nell’opinione pubblica la volontà di aiutare in qualche modo le api, volontà che portò a vari tipi di iniziative. Fra queste possiamo senz’altro citare la diffusione della cosiddetta “apicoltura da giardino” o backyard beekeeping. Stavano nascendo gli apicoltori urbani e i vari hashtag #savethebees.

Sull’onda di questo sentimento comune non tardarono ad avvicinarsi anche aziende “amiche dell’ambiente” o che ambivano a figurare come tali; iniziarono a spuntare alveari sui tetti delle grandi aziende ed apicoltori ben organizzati per soddisfare queste richieste. Si spesero molto spesso soldi non tanto nel cercare di essere ecosostenibili, ma nel cercare di apparire come tali.

E’ proprio questa la definizione di greenwashing o ecologismo di facciata citata nell’articolo di Ron Miksha: “spendere più soldi per apparire bravi piuttosto che esserlo davvero.“.

Si tratta di un fenomeno talmente diffuso in apicoltura che è stato coniato un termine specifico per il settore: il Bee-washing.

Il bee-washing non è altro che un tipo di greenwashing nel quale le aziende spingono i consumatori ad acquistare prodotti o a sottoscrivere abbonamenti con la scusa di “aiutare le api”. Il bee-washing è spesso utilizzato per “pulire” l’immagine delle aziende ed è diventato uno strumento di marketing sempre più utilizzato.

Riconoscere il bee-washing richiede in primo luogo conoscenze in merito alle differenze fra le api mellifere e quelle selvatiche, ed in secondo luogo richiede la conoscenza dei fattori che mettono in pericolo le api stesse.

 

Il problema del bee-washing non riguarda soltanto le api mellifere, MacIvor e Packer in un paper del 2015 sulle case per api solitarie scrivono:

chiediamo a rivenditori e promotori di bee hotel di comportarsi in maniera corretta e scrupolosa per evitare il “bee-washing”; inteso come green-washing applicato per mezzo di affermazioni potenzialmente fuorvianti sui benefici (in termini di aumento della popolazione) per le api native e selvatiche.”

 

I termini più spesso utilizzati in queste campagne (e che dovrebbero farci drizzare le orecchie) sono: “bee friendly“, “sostenibilità ambientale“, “save the bees“, “salviamo le api“, e simili.

LE API MELLIFERE

La popolazione di ape mellifera, quella con cui gli apicoltori lavorano, da ormai molti anni a livello mondiale è in costante crescita. E’ sufficiente una semplice ricerca per verificare che gli alveari gestiti in tutto il mondo sono in costante aumento.

Per questo motivo affermare di “salvare le api” allevando api da miele è come pensare di poter salvare gli uccelli a rischio di estinzione allevando galline.

L’apicoltura, pur essendo strettamente legata all’ambiente rimane tuttavia un’attività imprenditoriale ed in quanto tale può potenzialmente arrecare danni all’ambiente. Quando si spostano centinaia di alveari da un luogo all’altro per seguire le fioriture, non è plausibile pensare che l’impatto sugli impollinatori locali sia nullo.

Come scrive Ron Miksha nell’articolo sopra citato:

Molti concordano nell’affermare che 1.000 alveari in un unico luogo possano andare ad impattare sulla vita delle api locali.

E che impatto può avere sulle api locali l’arrivo improvviso di 100 colonie di api? E se invece le colonie fossero 10?

Quando si tratta di pochi alveari, l’effetto nocivo probabilmente non è misurabile, ciò nonostante le api locali potrebbero comunque risentire dello stress generato dalla competizione con i loro nuovi vicini di casa. 

Senza le api locali semplicemente non abbiamo modo di sapere che cosa potremmo perdere: una pianta in grado di curare qualche malattia e che può essere impollinata soltanto da una rara ape selvatica? Parte della nostra produzione agricola?

La perdita di api selvatiche è un anello che si spezza nella catena ecologica che ci sostiene.

E questa perdita è già in atto.

Non è certo mia intenzione affermare che la scomparsa delle api selvatiche sia da imputare all’apicoltore nomadista o all’impiegato che decide di mettere un alveare in giardino, tuttavia è giusto comprendere che tutto ciò che facciamo ha un impatto.

Non è affatto onesto autoproclamarsi ultimi baluardi della difesa delle api (sottointendendo le mellifere) se poi il nostro operato va a discapito di altre specie più a rischio.

Installare alveari per “salvare le api” ha scatenato spesso anche effetti deleteri. Persone senza alcuna nozione sulla biologia dell’ape si sono ritrovate ad acquistare delle api mellifere, ignari delle responsabilità implicite che si legano al possesso di alveari. Non sono così infrequenti gli alveari abbandonati o lasciati a sé stessi perché qualche curioso, una volta perso l’entusiasmo iniziale, improvvisamente di è stancato di “salvare le api”.

Parte della colpa è da imputare a coloro che vendono queste api e a coloro che tengono corsi di apicoltura, nei quali senz’altro bisognerebbe mettere in chiaro fin da subito che l’apicoltura non è la strada da intraprendere per salvare le api.

Chiunque voglia aiutare le api può migliorare le condizioni di vita di questi insetti piantando flora selvatica locale, evitando sfalci frequenti ove possibile e lasciando a disposizione habitat incolti in modo da offrire spazio utile alla nidificazione.

 

GLI APICOLTORI

Per migliorare le chance di sopravvivenza delle api mellifere, gli apicoltori devono intervenire sotto vari aspetti della vita di queste api:

  • Le nutrono quando c’è scarsità di cibo
  • Cercano di prevenire e curare patologie
  • Forniscono un riparo che spesso è molto più sicuro rispetto a quanto potrebbero trovare in natura

Gran parte delle colonie di api mellifere oggi sono gestite da apicoltori, i quali sopperiscono alle perdite attraverso pratiche apistiche che sono di loro esclusiva competenza e totalmente a loro carico. Questo significa che seppure il numero di colonie a livello mondiale sia alto ed in crescita, il peso di tutto questo grava sulle spalle di una singola categoria commerciale.

Qualora l’apicoltura dovesse diventare non redditizia, come già sta accadendo in alcune annate, che fine farebbero le api mellifere? E chi sopperirebbe alle perdite senza ingenti fondi a disposizione di anno in anno?

E’ giusto lasciare in mano ad una categoria commerciale il destino di una specie?

Già ora in America possiamo notare come la fluttuazione della popolazione di api sia legata a doppio filo con la domanda di api necessarie all’impollinazione di colture redditizie. Vale a dire che il numero di alveari cresce finché ci sono richieste da parte degli agricoltori interessati all’impollinazione.

Le api mellifere si trovano quindi in questa strana situazione per la quale sono minacciate dalla degradazione dell’ambiente dal quale dipendono, ma sono allo stesso tempo largamente dipendenti dall’agricoltura: non esisterebbero in così grande numero se non fosse per questa loro relazione con le necessità del mondo agricolo.

E quindi, prendendo per un momento in considerazione solo le api mellifere, cosa significa concretamente salvare le api? Significa sostanzialmente scegliere fra uno di questi due modelli contrapposti all’interno del mondo dell’apicoltura:

  1. Si cerca di salvare il settore dell’apicoltura che da circa cento anni a questa parte non è cambiato poi molto, integrandolo maggiormente nell’attuale tipo di agricoltura convenzionale con monocolture sempre più estese. Ciò significa creare un equilibrio di tipo esclusivamente commerciale fra domanda del settore agricolo e offerta degli apicoltori.
  2. Si cerca di salvare qualcosa di più alto: un’idea della “natura” e della biodiversità che prospera al di fuori del controllo dell’uomo, a discapito delle produzioni e del guadagno immediato.

Stando alle ultime annate, almeno qui in Italia, probabilmente i prossimi anni saranno veramente decisivi per comprendere quale direzione prenderà tutto il comparto apistico.

 

LA RADICE DEL PROBLEMA

Ma quindi, che cos’è che possiamo fare?

Inutile girarci intorno: il nostro comportamento gioca e giocherà negli anni a venire un ruolo fondamentale per la sopravvivenza (o per la scomparsa) di molte specie.

L’insieme dei problemi che portano all’emergenza climatica sta mettendo a repentaglio non solo la sopravvivenza di tutti gli insetti, ma anche la nostra.

La cosa più scoraggiante però è che a livello politico non sembra esserci una vera riflessione utile a comprendere come si sia arrivati all’attuale crisi ambientale e che cosa dovremmo fare concretamente per uscirne.

Nel frattempo continuiamo a perdere biodiversità, suoli fertili, a consumare a ritmo sempre crescente risorse non rigenerabili. In tutto questo generiamo prodotti di scarto che inquinano l’aria, il suolo e l’acqua. Dove gli effetti di questa emergenza risultano tollerabili, vengono etichettati come una semplice seccatura.

Non tutti i paesi hanno però la stessa fortuna: già nel 2018 secondo l’Internal Displacement Monitoring Centre, 17.2 milioni di persone hanno abbandonato le proprie abitazioni a causa di disastri provocati dai cambiamenti climatici (inondazioni, tempeste, cicloni, siccità, ecc.).

Fino a qualche decennio fa le piante di olivo fiorivano un mese più tardi rispetto ad oggi. In periodi più recenti inondazioni si sono alternate a periodi di grande siccità, e questo ha modificato radicalmente i territori creando situazioni incompatibili con l’agricoltura e la sopravvivenza delle popolazioni.

In alcune zone l’ambiente sempre più caldo ha spinto le specie forestali ad aumentare l’altitudine alla quale riescono a crescere. I lecceti sostituiscono le faggete che crescevano più in alto ed il faggio cresce ora ad altitudini maggiori rispetto ad un tempo. L’estrema velocità con la quale questi cambiamenti avvengono in contrapposizione alla lentezza con la quale le foreste possono spostarsi alla ricerca di condizioni migliori potrebbe portare a conseguenze disastrose.

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Recinzioni antidesertificazione a sud della città di Erfoud, Marocco, by Anderson sady, Own work, CC BY-SA 3.0, Link

 

Gli apicoltori in questo senso (così come tutto il comparto agricolo) hanno loro malgrado un “posto in prima fila” di fronte a questi mutamenti repentini.

Fare apicoltura costringe a capire che ogni creatura ha un suo ruolo importante all’interno dell’ecosistema. Finché il pianeta è in salute, è perfettamente in grado di generare i pesi e i contrappesi necessari ad equilibrare le oscillazioni di un ambiente che muta costantemente.

Applichiamo un valore monetario all’ambiente attraverso le quote di emissione ma queste misure politiche non portano ad alcun cambiamento sostanziale; anzi, incentivano un ulteriore incremento del livello di benessere per i paesi più ricchi aggravando ineguaglianze e disparità.

Come possiamo invertire la rotta e favorire la sopravvivenza non solo degli impollinatori ma di tutti gli esseri viventi se continuiamo a vedere il pianeta come una fonte inesauribile di risorse da sfruttare?

Potremmo magari puntare sugli avanzamenti tecnologici e sull’aumento dell’efficienza nell’uso dell’energia?

William Stanley Jevons ci aiuta a valutare questa possibilità.

IL PARADOSSO DI JEVONS

Questo paradosso enunciato per la prima volta nel libro “The Coal Question” (1865) ci parla di come il consumo di carbone in Inghilterra fosse cresciuto dopo l’introduzione del motore a vapore alimentato a carbone (ad opera di James Watt) che aveva un’efficienza maggiore del modello precedente. Il carbone divenne infatti a quel punto una fonte di energia particolarmente redditizia e ne aumentarono i consumi. Pur essendo migliorata l’efficienza dei motori, il consumo di carbone aumentò.

Il solo progresso tecnologico quindi, in grado di aumentare l’efficienza con la quale una risorsa viene utilizzata (ad esempio riducendone la quantità necessaria per il suo impiego), non fa altro che aumentarne il tasso di consumo, a causa dell’aumento della domanda.

Partire quindi con la convinzione che i guadagni in termini di efficienza riducano automaticamente il consumo di risorse è purtroppo una strategia non sufficiente se aspiriamo a soluzioni che possano avere un reale impatto sulla situazione globale.

Se ciò non fosse possibile, potremmo forse puntare a colonizzare/terraformare un altro pianeta?

IL PIANO B

Stefano Mancuso nel suo libro “La Nazione delle piante” ci fa notare come questo gran discutere in merito a pianeti “simili” alla Terra dove forse potrebbe esistere la vita, oppure dove con qualche modifica sarebbe forse possibile farla attecchire, rappresenti una specie di autorassicurazione per i disastri che stiamo combinando.

Se osserviamo però i dati delle varie esplorazioni spaziali da un altro punto di vista ci accorgiamo di quanto la composizione del pianeta sul quale viviamo sia incredibilmente più complessa rispetto a Marte o agli altri pianeti studiati.

Ma che cosa ci distingue dagli altri? E’ proprio la vita stessa con tutta la sua biodiversità a generare questo complesso e meraviglioso equilibrio. Dobbiamo scendere a patti con il fatto che le condizioni delle quali possiamo godere sulla Terra non sono affatto la norma nell’Universo.

Per quanto possa piacermi Star Trek, e per quanto io sia convinto della grande importanza delle ricerche scientifiche in ambito spaziale, pensare di risolvere l’emergenza climatica migrando in massa nello spazio è semplicemente un’utopia. Utopia che però rischia di portarci fuori strada, nella convinzione che una volta “finito” questo pianeta se ne possa andare a sfruttare un altro, da qualche parte nello spazio o dove nessun uomo era mai giunto prima.

Occorre quindi un vero e proprio cambio di paradigma, dovremmo essere disposti a modificare il nostro stile di vita per tutelare il pianeta, impegnandoci sul serio e attivamente per battaglie concrete e non “una tantum”.

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By Ralf Lotys (Sicherlich), CC BY 4.0, Link

L’ANTROPOCENE

E’ così che il chimico olandese premio Nobel Paul Crutzen ha suggerito di chiamare la nostra epoca geologica, un’epoca nella quale l’uomo è riuscito a cambiare così profondamente le condizioni del pianeta da renderlo un luogo nel quale sarà sempre più complicato riuscire a sopravvivere.

Anhtropos significa uomo, ma l’uomo non è al centro di tutto, siamo solo una fra le tante milioni di specie che popola il pianeta. Pianeta che in realtà dovrebbe essere considerato come un bene comune, da curare e custodire proprio per la sua unicità.

Questa vita è frutto dell’azione degli organismi viventi, connessi in qualche maniera gli uni con gli altri da relazioni che possono essere più o meno o nascoste. Per questo motivo se agiamo direttamente su una specie o ne alteriamo l’ambiente, non siamo in grado di prevederne le conseguenze.

Se scomparissero gli insetti e con essi gli impollinatori, potremmo immaginarci uno o più effetti negativi. Ma quanto negativi? E quali potrebbero essere questi effetti? La realtà è che non possiamo prevederlo con precisione.  Questo però ci fa capire che stiamo “giocando” con qualcosa che non conosciamo e non siamo in grado di comprendere fino in fondo. Ed è un gioco molto pericoloso.

Dobbiamo mettere il pianeta nelle condizioni di “recuperare terreno”, facendo pressione a livello politico per bloccare ulteriori deforestazioni, in quanto il taglio delle foreste semplicemente non è compatibile con la sopravvivenza delle specie (inclusa la nostra).

Al tempo stesso bisogna acquisire consapevolezza sia nel piccolo guardando ai nostri consumi e ai comportamenti individuali, sia nel grande affrontando in maniera critica l’attuale modello di sviluppo che per premiare pochissimi crea enormi disuguaglianze e distrugge l’unico pianeta che abbiamo a disposizione.

 

CONCLUSIONI

Se siete arrivati fino a questo punto avrete certamente capito che non mi piacciono molto i festeggiamenti.

Tuttavia, per non chiudere questa giornata con l’amaro in bocca ho lasciato per ultime le buone notizie: qualcosa in realtà si sta muovendo e trovo molto positivo il fatto che spesso siano proprio i giovani a guidare questi cambiamenti.

E’ del 29 aprile la notizia che la Corte Costituzionale Federale della Germania ha giudicato parzialmente incostituzionale e insufficiente la legge tedesca sul cambiamento climatico per l’assenza di indicazioni dettagliate sulla riduzione delle emissioni dopo il 2030. Si è riconosciuto sostanzialmente che le disposizioni contenuti nell’attuale legge “scaricano in modo irreversibile i maggiori oneri di riduzione delle emissioni su periodi successivi al 2030“.

La Costituzione tedesca (così come la nostra) sancisce il dovere dello stato di “proteggere la vita e la salute“. Sembra che finalmente l’emergenza climatica incominci ad essere presa sul serio.

Quello della Germania non è però un caso isolato: anche la Corte Suprema dei Paesi Bassi nel 2019 ha confermato una sentenza che obbligava il governo a raggiungere gli obiettivi di riduzione delle emissioni.

Altri paesi hanno intrapreso cause legali in questo senso: Belgio, Irlanda, Norvegia, Nuova Zelanda, Gran Bretagna, Svizzera e recentemente anche il Regno Unito attraverso una causa promossa da tre studenti di 20 anni.

Insomma, i giovani attivisti hanno compreso che abbassare il livello di CO2 è un primo passo assolutamente fondamentale per cercare di arginare i problema nei prossimi anni.

Come scrive Stefano Mancuso nel suo libro La nazione delle piante:

L’insana idea che sia possibile crescere indefinitamente in un ambiente che dispone di risorse limitate è soltanto umana. Il resto della vita segue modelli realistici. Le piante hanno imparato a convivere con la finitezza delle risorse e a modulare lo sviluppo.

Se riuscissimo ad invertire la tendenza, utilizzando in maniera più oculata e razionale le limitate risorse che il pianeta ci offre, gestendole in modo da creare più ricchezza ambientale, ci accorgeremmo che in realtà alle api basta veramente poco  per prosperare.

Buona giornata mondiale delle api a tutti.

 

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Luca


 

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